Questa non è una giornata da seguire in ordine: è l’elenco ragionato di cosa c’è a Palermo, diviso per temi, per chi vuole scegliersi da sé il proprio itinerario o vuole sapere prima cosa lo aspetta. La chiave per capire questa città è una sola: Palermo è stata fenicia, romana, araba per due secoli, poi normanna, poi sveva, angioina, aragonese, spagnola e borbonica — e ogni dominazione, invece di cancellare la precedente, ci ha costruito sopra. Il risultato è che in uno stesso edificio si trovano un arco arabo, un mosaico bizantino e una pianta latina, e che dopo tre giorni si smette di stupirsene.
I colori qui non sono giornate ma temi: si sceglie quello che interessa e si compone il proprio percorso.
Patrimonio UNESCO dal 2015 · nove monumenti fra Palermo, Monreale e Cefalù
Nel 1072 i normanni conquistano una Sicilia che era araba da due secoli, e prendono una decisione che non ha eguali nella storia europea del tempo: non cacciano nessuno. Tengono gli architetti musulmani, i mosaicisti greci, gli amministratori arabi, e continuano a emettere documenti in tre lingue. Ne esce uno stile che non esiste altrove: pianta latina, mosaici bizantini, soffitti e archi islamici.
Dentro il Palazzo dei Normanni · 15-19 euro · ingressi contingentati, prenotare · chiusa quando l’Assemblea è in seduta (solo gli Appartamenti Reali)

Se a Palermo si vede una cosa sola, è questa. Consacrata nel 1140 da Ruggero II: sopra, un soffitto a muqarnas — le celle a stalattite dell’architettura islamica — dipinto da artisti musulmani con danzatrici, bevitori e scene di caccia, dentro una cappella cristiana; ai lati, mosaici bizantini su fondo oro di maestri greci; sotto, una pianta di basilica latina. Le iscrizioni sono in latino, greco e arabo.
8 km dal centro, autobus 389, 40 minuti · 4-12 euro · chiostro 6 euro a parte

Costruito da Guglielmo II dal 1174 in meno di dieci anni, per togliere potere all’arcivescovo di Palermo. Dentro ci sono seimilaquattrocento metri quadrati di mosaico con oltre due tonnellate d’oro nelle tessere, che raccontano l’intera Bibbia in un ordine leggibile come le pagine di un libro. Nell’abside il Cristo Pantocratore alto una ventina di metri. Il chiostro accanto ha 228 colonnine binate e capitelli tutti diversi: un’enciclopedia scolpita del Dodicesimo secolo.
Chiesa gratis · tombe reali, tesoro e tetti 12-15 euro

Basilica bizantina, poi moschea principale, poi cattedrale normanna dal 1185, poi rimaneggiata fino alla cupola neoclassica del Settecento. Sulla colonna di sinistra del portico si legge ancora, in caratteri arabi, una sura del Corano. Dentro, le tombe imperiali con Federico II nel porfido rosso e una meridiana del 1801 nel pavimento.
Piazza Bellini · 2 e 2,50 euro · chiudono presto

A dieci metri l’una dall’altra, e opposte in tutto. La Martorana (1143), fondata dal primo ministro siro-greco di re Ruggero, è tutta mosaici, con un inno cristiano scritto in arabo sotto la cupola e l’unico ritratto contemporaneo di Ruggero II incoronato da Cristo. San Cataldo è un cubo di pietra nuda con tre cupole rosse e dentro assolutamente niente: dopo tutto quell’oro, fa un effetto fortissimo.

Gli altri monumenti del circuito UNESCO: il Palazzo dei Normanni, la Zisa (palazzo di svago del 1165 con raffrescamento passivo), San Giovanni degli Eremiti con le cinque cupole rosse e il chiostro di aranci, il Ponte dell’Ammiraglio dove Garibaldi entrò a Palermo nel 1860, e la cattedrale di Cefalù, a un’ora di treno.
Quello che hanno lasciato gli spagnoli, e quello che ha lasciato la ricchezza degli agrumi

L’incrocio delle due strade che tagliano la città vecchia, chiuso nel 1620 da quattro facciate concave uguali: in basso una fontana per stagione, in mezzo un re spagnolo, in alto la santa protettrice di ogni quartiere. A cinquanta metri la Fontana Pretoria, scolpita a Firenze nel 1554, comprata dal senato palermitano, smontata in 644 pezzi e rimontata qui: i palermitani, vedendo tutte quelle statue nude davanti a un convento di clausura, la chiamarono fontana della Vergogna.

Santa Cita, San Lorenzo, San Domenico · 3-6 euro ciascuno · chiudono all’una
È la cosa che i palermitani citano per prima e che i visitatori saltano quasi sempre. Serpotta (1656-1732) ha lavorato quasi solo qui e quasi solo in stucco — gesso e polvere di marmo — portandolo con una tecnica sua a una lucentezza da porcellana. Le sue figure non stanno ferme: si sporgono, si girano, chiacchierano; i suoi puttini giocano con gli strumenti dei santi. In una nicchia si è ritratto con una lucertola accanto, che in siciliano si dice scupitta: la sua firma. In San Lorenzo, nel 1969, fu rubata la Natività di Caravaggio: al suo posto oggi c’è una riproduzione, e la tela non è mai stata ritrovata.
Visita guidata 12-15 euro, mezz’ora, in più lingue

Il più grande teatro lirico d’Italia, inaugurato nel 1897 quando Palermo era ricchissima per agrumi e zolfo. Da vedere: la sala con il soffitto a petali mobili e la Sala Pompeiana, dove chi parla al centro sente amplificata solo la propria voce. La seconda storia dice altrettanto della città: restò chiuso ventitré anni, dal 1974 al 1997.
Tre, e sono tre cose diverse · tutti la mattina, tranne la Vucciria di sera

Ballarò è il più antico e l’unico rimasto un mercato vero, dove la gente del quartiere fa la spesa: rumoroso, denso, con l’abbanniata dei venditori che cantano il prezzo in dialetto stretto. Il Capo è più ordinato e più comodo, incastrato nei vicoli dietro la Cattedrale. La Vucciria — dal francese boucherie — era quella che Guttuso dipinse nel 1974; di giorno oggi è quasi morta, ma dalle nove di sera si riempie di gente che beve in piedi e arrostisce carne e polpo all’aperto.

5 euro · non adatte a tutti

Circa milleduecentocinquanta corpi mummificati, vestiti con i loro abiti, lungo corridoi divisi per frati, uomini, donne, professionisti e bambini. Comincia per caso nel 1599, quando i frati trovano dei confratelli mummificati dal tufo secco; col tempo diventa uno status symbol, con le famiglie che pagavano per esporre il proprio morto vestito bene. Finisce nel 1880. L’ultima sepolta è Rosalia Lombardo, morta a due anni nel 1920 e imbalsamata così bene da sembrare addormentata.
A Palazzo Abatellis ci sono due opere che valgono il viaggio: il Trionfo della Morte, un affresco quattrocentesco enorme con la Morte a cavallo che attraversa un giardino di nobili, e l’Annunciata di Antonello da Messina, uno dei ritratti più belli del Quattrocento italiano: una ragazza con il velo azzurro che alza la mano verso di noi, cioè verso l’angelo, che non c’è. Il Museo Archeologico Salinas ha le metope di Selinunte e i reperti delle colonie greche di Sicilia.
La Zisa (dall’arabo al-Aziz, la splendida) è un palazzo di svago normanno del 1165 costruito da maestranze musulmane con un sistema di raffrescamento passivo fatto di correnti d’aria e fontane interne; dentro c’è un museo di arte islamica. San Giovanni degli Eremiti ha cinque cupole rosse e un chiostro di aranci. L’orto botanico, del 1789, è fra i più importanti d’Europa e ospita il ficus magnolioide considerato l’albero più grande d’Italia.

Mondello è a trenta-quaranta minuti di autobus (linea 806): sabbia bianca, acqua bassa e turchese, le ville liberty e lo stabilimento Charleston sulle palafitte. Fino a fine Ottocento era una palude malarica; fu bonificata e trasformata in stazione balneare da una società belga. D’estate è affollatissima, nelle mezze stagioni è perfetta.
Sopra il golfo c’è Monte Pellegrino, che Goethe definì «il promontorio più bello del mondo». In cima c’è il santuario di Santa Rosalia, la grotta dove nel 1624 furono trovate le ossa attribuite alla patrona: secondo la tradizione, portarle in processione fece finire la peste, e da allora Palermo le dedica il Fistinu del 14-15 luglio. Dalla cima si vede tutta la Conca d’Oro.


Nell’ordine: la Cappella Palatina, la Cattedrale, le due chiese di piazza Bellini e un giro a Ballarò con pranzo in piedi. Se avete anche solo mezza giornata in più, aggiungete Monreale: è l’unica cosa fuori dal centro che vale un viaggio da sola.
Quello che nasce quando i normanni conquistano nel 1072 un’isola araba da due secoli e, invece di cancellare, tengono al lavoro architetti musulmani, mosaicisti greci e maestranze latine. Ne escono edifici con pianta latina, mosaici bizantini e soffitti islamici. Dal 2015 nove di questi monumenti sono patrimonio UNESCO.
Sono due cose diverse e chi può le vede entrambe. La Palatina è piccola e perfetta, ed è l’unico posto dove le tre culture si toccano nella stessa stanza. Monreale è la scala massima: seimilaquattrocento metri quadrati di mosaico e un chiostro con 228 capitelli tutti diversi. Se dovete sceglierne una e state in centro, la Palatina; se avete mezza giornata, Monreale ripaga il viaggio.
No. Ci sono 1.250 corpi mummificati vestiti e in piedi, e non è una ricostruzione: è un cimitero in uso dal 1599 al 1880. Chi è impressionabile o viaggia con bambini piccoli faccia una scelta consapevole. In alternativa, nella stessa zona, ci sono la Zisa e l’orto botanico.
Gli oratori di Giacomo Serpotta: Santa Cita, San Lorenzo, San Domenico. Stucco bianco lavorato come porcellana, figure che si sporgono e chiacchierano fra loro, e in San Lorenzo il vuoto lasciato dalla Natività di Caravaggio rubata nel 1969 e mai ritrovata. Costano pochi euro e sono a poche centinaia di metri l’uno dall’altro.
Ballarò se ne fate uno solo: è il più antico e l’unico rimasto un mercato vero. Il Capo è più ordinato e comodo se state vicino alla Cattedrale. La Vucciria di giorno è quasi vuota: ha senso dalle nove di sera, quando la piazza si riempie di gente che beve in piedi.
A Palermo arancina, femminile e tonda; a Catania arancino, maschile e a punta come l’Etna. L’Accademia della Crusca le ha dichiarate entrambe corrette, il che non ha risolto niente.
Aprile-maggio e settembre-ottobre. Luglio e agosto superano i 35 gradi. Il 14-15 luglio c’è il Fistinu di santa Rosalia, con il carro trionfale sul Cassaro e i fuochi sul mare: bellissimo, ma la città è piena. L’inverno è mite, sui 15 gradi, e le chiese sono aperte lo stesso.
Sì, come una qualsiasi grande città: si gira a piedi anche la sera nelle zone vive. Vale la normale attenzione ai borseggi nei mercati e sui mezzi. Molti vicoli sono scrostati e male illuminati e sembrano peggio di quello che sono: se preferite, restate sulle vie principali.
Un giorno per l’asse della città vecchia; tre per aggiungere Monreale, gli oratori, i Cappuccini e il mare; quattro o cinque se volete anche Cefalù o Segesta. Meno di un giorno significa vedere solo la Cappella Palatina, che comunque non è un cattivo modo di spendere due ore.
Settembre 2, 2026